L’Alt-America di Capitol Hill: tra neonazisti e complotti mondiali

Roy Batty si rammaricava all’idea che i momenti della vita si perdono nel tempo come lacrime nella pioggia. Ma quello che è successo la settimana scorsa rimarrà impresso nella nostra memoria fin quando l’attività neuronale ce lo permetterà. Se ne parlerà ancora per molto. Mesi, forse anni. D’altro canto, non accade tutti i giorni che il Congresso americano venga invaso da centinaia di persone! Come un’onda che travolge ogni cosa lungo il suo cammino, orde sostenitrici di Donald Trump, intonando a squarciagola gli slogan di protesta («Lottiamo per Trump!» e «Fermiamo il furto!»), hanno occupato il Parlamento con sede a Washington D.C., dove si stava svolgendo la seduta per certificare la vittoria elettorale di Joe Biden.

Alcuni hanno preso possesso dell’ufficio personale di Nancy Pelosi, speaker della Camera, lasciandolo sottosopra. Altri, addirittura, hanno pensato bene di arrivare fin dentro l’aula dell’organo legislativo. Qui il leader delle frange estremiste filo-trumpiane, Jake Angeli, vestito da sciamano, coperto di vistosi tatuaggi mitologici, munito di un elmo con le corna, ha occupato con fare orgoglioso lo scranno di Mike Pence, vicepresidente degli USA in carica, quasi a dimostrare l’esito trionfale di un’impresa titanica, che ha lasciato sul terreno 5 morti.

chi sono i protagonisti del drammatico episodio?

Come ha scritto Erin Vanderhoof su Vanity Fair, le immagini a cui abbiamo assistito mercoledì scorso sono

Profondamente inquietanti, ma non del tutto sorprendenti

Già! Era noto da tempo quali fossero i simpatizzanti di “The Donald”. Fin dal 20 gennaio 2017, giorno dell’insediamento, ha sempre intrattenuto un rapporto piuttosto ambiguo – per non dire un atteggiamento indulgente – con l’Alt-right (Alternative right), la galassia dei movimenti ultra-conservatori. La filosofia politica su cui poggia gran parte di essi trae linfa vitale dal nazionalismo bianco, un ideale che promuove ideologie razziste e neonaziste.

Quale sia realmente l’opinione di Trump in merito all’estremismo di destra è difficile dirlo. Quantomeno appare complicato dichiararlo con certezza. La stessa che contraddistingue l’assolutismo dei movimenti intolleranti alla diversità, di qualunque natura essa sia. Tuttavia, le dichiarazioni sconcertanti che Mr. President ha rilasciato nell’arco di un mandato presidenziale lasciano supporre che abbia serie difficoltà (contingenze politiche?) a criticare il pensiero e le pratiche dei suprematisti bianchi, dei neofascisti, degli antisemiti, dei maschilisti e degli omofobi.

Quello del 6 gennaio 2020 era letteralmente un coacervo di individui provenienti dai più disparati anfratti antropologici dell’Alt-right. Risulterebbe impegnativo elencare tutte le realtà che compongono questo spazio metaforico dell’universo politico, ma ce ne sono alcune che nel corso dell’impresa simil-rivoluzionaria hanno fatto di tutto per farsi notare.

proud boys

La foto riportata qui sotto è stata scattata il 17 agosto 2019 da Noah Berger. In quell’occasione, il leader Enrique Tarrio (quarto da sinistra), l’organizzatore Joe Biggs (terzo da destra con il cappello verde) e un nutrito gruppo di omoni festanti e sicuri di sé stavano marciando sull’Hawthorne Bridge (Portland) durante il raduno “End Domestic Terrorism”.

A parte i caschi, i giubbotti antiproiettile, il petto superbo, sembrerebbero ragazzi morigerati. Ma c’è qualcuno che la pensa diversamente. L’FBI, per esempio. Secondo un rapporto redatto nel 2018, il movimento creato quattro anni fa dall’ex co-fondatore di Vice Media, Kevin McInnes, è “un gruppo estremista legato al nazionalismo bianco“. Chi l’avrebbe mai detto che una combriccola di soli individui bianchi, maschi ed eterosessuali, il cui nome si ispira al musical del cartone Disney “Aladdin”, potesse rivelarsi così pericolosa?

A quanto pare, non sono stati pochi gli episodi duranti i quali i Proud Boys hanno spiegato al mondo intero la loro raison d’être: negli ultimi due anni, in varie città (Oregon, Washington e New York), hanno affrontato gruppi di antifascisti in una serie di violenti raduni di strada. Due “ragazzi orgogliosi” sono stati arrestati l’anno scorso per aver picchiato degli attivisti nella Grande Mela.

Se doveste mai imbattervi nella consorteria dei Proud Boys, sappiate che non è impossibile riconoscerli. In adempienza al loro principio esistenziale, cercano di apparire tutti uguali (sempre perché la differenza è fonte di incertezza, prima ancora che di sospetto): t-shirt nera con strisce gialle e cappello rigorosamente rosso, inneggiante le magnifiche sorti e progressive (“Make America Great Again”). Il loro motto lascia trapelare una distorta passione per la storia, in quanto affinché un soggetto sia reputato membro del movimento è necessario che dichiari di essere

uno sciovinista che rifiuta di scusarsi per aver creato il mondo moderno

Inoltre, la loro ideologia trasuda un’adolescenziale aspirazione all’onnipotenza, tanto che in confronto la hybris di Prometeo è un debole anelito al cambiamento. Il repertorio concettuale include tormentoni trumpiani come “glorifica l’imprenditore!” e “chiudere il confine!“; espressioni di fede per il libertarismo: “diamo a ciascuno una pistola” e “poniamo fine al welfare“; e un punto di vista articolato in merito ai tradizionali ruoli di genere: “venerare la casalinga!“.

Nonostante siano stati definiti dal Presidentepatrioti“, agli occhi di chi non è avvezzo alle dinamiche politiche appare significativa l’ambiguità delle parole di Trump, più volte incalzato dalle domande dei giornalisti curiosi di conoscere la sua opinione sui Proud Boys. Circa 24 ore prima del primo dibattito presidenziale, svoltosi il 30 settembre, non aveva mai sentito parlarne:

Non so chi siano i Proud Boys!

Ma è bastato poco prima che il tycoon tornasse in sé. Sorpreso dalle vaghe intenzioni pacifiste di Trump in merito alle tensioni sociali acuitesi dopo i fatti di Charlottesville e culminate con la morte di George Floyd, il giornalista di Fox News e moderatore del primo dibattito presidenziale, Chris Wallace, ha colto la palla al balzo…

Il resto è storia. Che siano state anche quelle paroline magiche (“Proud Boys, state indietro e state a guardare!“) a mettere le basi per l’assalto al Congresso? Ai posteri…

BOOGALOO BOIS

Erano presenti anche loro. E hanno contribuito come meglio potevano alle scorrerie piratesche. Diversamente dai loro cugini “orgogliosi”, si distinguono per un dress-code particolare. In aggiunta a tutti quegli elementi tipici dell’outfit guerresco, indossano anche camicie hawaiane. Il motivo di questa scelta è nascosto nelle origini del gruppo stesso, sorto nel 2012 in forma virtuale sulla sezione /k/ di 4chan, un’area del sito web in cui si radunano gli appassionati di armi. Forse è per questo che i primi vagiti telematici esprimevano concetti legati a tematiche specifiche: dai discorsi sugli arnesi bellici all’orgoglio machista.

(Jeff Kowalsky/Getty Images)

Per capire chi sono possiamo iniziare dall’analisi critica di Facebook, lanciata dal social network dopo aver bannato il gruppo:

I Boogaloo Bois sono un’organizzazione pericolosa

Parole caustiche, ma pur sempre meditate. C’è voluto tempo prima che Zuckerberg & Co. riuscissero a individuare e cancellare definitivamente 220 accounts, 28 pagine, 106 gruppi e 95 profili su Instagram che al 30 giugno facevano parte della rete. Un lavoro investigativo notevole, lo stesso che alcuni ricercatori della New York University, esperti di sicurezza interna, hanno dovuto fare per dimostrare le infiltrazioni di gruppi di estrema destra nelle proteste seguite all’omicidio di George Floyd. Qualche giorno dopo le manifestazioni di Minneapolis, Josh Campbell, ex agente dell’FBI e commentatore della CNN, scriveva su Twitter:

Le autorità hanno monitorato presunti criminali attivi sul web, compresi i post di sospetti suprematisti bianchi che cercano di incitare alla violenza

E le immagini di questo video girato durante le proteste pacifiche lo confermerebbero…

Circa un mese prima, ad aprile 2020, uno studio del Tech Transparency Project, un centro di ricerca americano, aveva riscontrato la presenza su Facebook di 125 gruppi gestiti dai Boogaloo: un totale di 72.000 membri. In molti gruppi, a cui il TTP aveva accesso, le discussioni vertevano sui seguenti temi:

Strategie tattiche, medicina da combattimento e vari tipi di armi, tra cui come sviluppare esplosivi e i meriti di usare lanciafiamme

Dei tanti rigurgiti destrorsi che orbitano attorno all’alt-right, questo è un movimento particolare, unico nel suo genere. Certo, sarebbe strano non mettere in evidenza le affinità con gli altri: in questo caso, le teorie razzistiche che sorreggono il loro pensiero e il rilievo assegnato al Secondo emendamento della costituzione americana (sì, quello che legittima il possesso di armi).

Ma ciò che contraddistingue i Boogaloo è altro. In poche parole, cercano di sfruttare i disordini sociali per far sì che gli stessi si trasformino in una seconda guerra civile americana. Non a caso il loro è un nome che allude al tanto bramato conflitto interno. Deriva infatti dal film del 1984 “Breakin’ 2: Electric Boogaloo“, in cui adolescenti che ballano breakdance lottano in difesa del centro ricreativo della comunità, minacciato dagli interessi economici dei politici corrotti. Lo stato di belligeranza sarebbe condizione necessaria per il crollo del sistema politico. E ciò sarebbe possibile anche in virtù di un sanguinoso scontro con la polizia, acerrimo nemico dei Boogaloo e nel mirino degli hater presenti nei forum.

La radicalizzazione del movimento è avvenuta negli ultimi 3 anni. Dal 2018 i social network hanno deciso di usare il pugno di ferro: gruppi cancellati e utenti espulsi per contrastare la diffusione dei contenuti reputati troppo violenti. Questa (giusta) rappresaglia ha costretto gli utenti a ingegnarsi. Per non essere individuati dai moderatori o dagli algoritmi delle piazze virtuali, hanno pensato bene di adottare espressioni/parole chiave legate a Boogaloo da una relazione di omofonia. Tra le tante, la scelta è ricaduta anche sulla parola big luau (“una grande luau”), la tradizionale festa hawaiana in cui si canta e si balla indossando abiti tradizionali. Ecco svelato il segreto delle camicie hawaiane!

qanon

No. Non erano assenti. Potevano forse mancare all’appello i complottisti? Una presenza costante. Dai tempi dei Protocolli dei Savi di Sion, la sindrome dei complotti arricchisce l’immaginario collettivo con analisi, ipotesi e teorie puntualmente non corroborate dai fatti. Dei tanti contestatori presenti il 6 gennaio, uno di loro è lo sciamano citato all’inizio, Jake Angeli, teorico della cospirazione e grande sostenitore di QAnon.

(Rick Loomis / Getty Images)

Per sapere cosa si celi dietro questa parola criptica dobbiamo tornare (nuovamente) nelle terre selvagge di 4chan. Un anno dopo il caso Pizzagate, il 28 ottobre 2017, agli albori della presidenza Trump, compare sul sito un post scritto da “Q“, nome di blissettiana memoria:

HRC extradition already in motion effective yesterday with several countries in case of cross border run

Colui che scrisse questo messaggio era al corrente – o almeno si spacciava di esserlo – di informazioni relative all’incombente “estradizione” di Hillary Clinton e al suo conseguente arresto. L’ennesimo sforzo fatto dal web per mettere al mondo una teoria affascinante sulle vicende che attendevano l’America tutta. Sarebbe potuta rimanere sepolta tra i bit dei forum, che di interpretazioni fantasiose ne producono a bizzeffe. Così non fu!

A distanza di qualche giorno, un piccolo creatore di video di Youtube e due moderatori del sito 4chan, tirarono fuori dall’oscurità quel post anonimo. Di lì a poco, avrebbero prodotto svariati video, una comunità su Reddit, un’azienda e un impianto mitologico che si alimentavano dei post di Q su 4chan. Una vera e propria fonte di sostentamento per la comunità dei credenti che, sulla base dei Qcrumbs (briciole di Q) o Qdrops (gocce di Q), hanno iniziato a interpretare i fatti di cronaca.

Per farsi riconoscere dai suoi fan, l’anonimo Q usava un codice specifico, diverso da quelli di altri utenti anonimi. Poco tempo dopo la pubblicazione del primo messaggio, Q lascia 4chan per approdare su 8chan, piattaforma fondata nel 2013 da Fredrick Brennan e su cui tra aprile e agosto 2019 sono state annunciate, diffuse in streaming e rivendicate tre stragi razziste. La sua permanenza dura però due anni scarsi. Dopo la chiusura di 8chan, avvenuta nell’agosto del 2019, Q scompare per alcuni mesi, per poi ricomparire su 8kun, una sorta di clone messo alla luce dal proprietario del forum defunto, Jim Watkins, amministratore di estrema destra.

I post pubblicati nel tempo – migliaia – hanno solidificato l’autorevolezza di Q: mostrava una conoscenza dettagliata delle dinamiche governative, faceva sfoggio di documenti segreti e delineava i contorni di una lotta di potere tra Trump e lo “stato profondo” (deep state). Nello specifico, secondo i cultori di questa narrazione segreta, il tycoon avrebbe accettato di diventare Presidente contro un governo mondiale occulto di pedofili satanisti, la cosiddetta Cabal. Lo scopo assegnato a Q da Trump in persona sarebbe quello di allertare il mondo sulla rivoluzione imminente: the Storm (la Tempesta), cioè l’arresto e l’esecuzione di massa di tutti i membri della Cabal. Storie insulse? Fandonie? Complottismi penosi? Eppure sembra abbiano conquistato il Presidente in persona…

Proviamo solo per un attimo a prestar fede a questa storia. Questo gruppo ristretto di persone ha preso il potere negli Stati Uniti dopo la morte di John F. Kennedy, avvenuta nel lontano 22 novembre 1963. Da quel momento in poi, ha cominciato a controllare il deep state (ma le forze armate rimangono al di fuori del suo controllo). Prima di Trump, ha sempre controllato le elezioni. C’è da dire che – ricordiamoci che stiamo facendo un esperimento di sospensione dell’incredulità – la Cabal è difficilmente catalogabile in termini politici: tra i presidenti che hanno potuto beneficiare del suo appoggio compaiono anche Ronald Reagan e i due Bush.

Stranamente i membri di questa setta non sono poi così sconosciuti. Pare coincidano con tutti gli avversari di Trump: da Barack Obama e sua moglie Michelle a Nancy Pelosi e Hillary Clinton fino ai movimenti Black Lives Matter e Antifa. Ma ce ne sono altri: celebrità del calibro di Tom Hanks, Céline Dion, Oprah Winfrey, Marina Abramović e Beyoncé. Inoltre, essendo una teoria complottista originale e retta da una struttura narrativa manichea, annovera tra i nemici gli intramontabili George Soros e Bill Gates. L’elenco è lungo ed è piuttosto difficile individuarli tutti. Ci basta sapere che, se la logica presidenziale è corretta, sono tutte persone che odiano il loro paese.

Arrivati a questo punto, sviscerare le spiegazioni fornite dai QAnonisti per ogni singolo fenomeno (politico, economico e culturale) è una scelta autolesionistica prima ancora che impegnativa. Rimanendo sull’attualità, possiamo però provare a capire quale sia il loro pensiero in merito alla pandemia da Sars-Cov-2. A tal proposito, meritano di essere riportare le parole di Chloe Colliver, senior policy director presso l’Institute for Strategic Dialogue (ISD), un think tank focalizzato sull’estremismo:

I fautori delle cospirazioni che si celerebbero dietro il Covid hanno trovato un pubblico già pronto nei complottisti di QAnon e viceversa

QAnon aveva già fatto il salto di qualità nell’aprile del 2018, quando a Washington D.C. un centinaio di seguaci manifestarono per le strade della capitale, sventolando cartelli con il simbolo “Q” e discutendo – tra le varie cose – anche di scie chimiche.

Ma è con la pandemia e i lockdown che la trama cospirativa assume dimensioni inaspettate. Non si parla più di smanettoni confinati nei loro forum. Un numero sempre più consistente di individui abbraccia il nuovo verbo messianico. Lo dimostra una ricerca di Axios, sito di notizie americano, in base alla quale nel giro di pochi mesi le ricerche su Google della parola “QAnon” sono aumentate di dieci volte; oltre 1000 tra pagine e gruppi su Facebook, con milioni di iscritti; su Twitter gli hashtag #QAnon sono cresciuti del 190 per cento.

Come ogni complottismo che si rispetti, QAnon risucchia tutto. Si appropria di tematiche diverse tra loro, individuando in ognuna di esse un mistero per cui vale la pena lottare. La stessa sorte è toccata al Covid-19 e alle teorie interpretative che da un anno a questa parte tentano di fornire una spiegazione diversa dallo spillover. Ed è proprio con l’epidemia che la congrega di dietrologi ha dato il meglio di sé. Nella prima versione offerta ai media, si parlava del virus e delle sue origini: una creazione dei cinesi e del deep state per minare alle basi la sicurezza del Presidente. In un secondo momento, la chiave di lettura di QAnon ha virato verso il negazionismo vero e proprio: il virus non esisteva. L’ultima interpretazione ha optato per una via di mezzo, ammettendo la presenza nell’aria di agenti infettivi il cui potere patogeno però non doveva destare preoccupazione. Anzi, a dirla tutta, Trump avrebbe tratto vantaggio da una pandemia, in quanto gli avrebbe permesso di sfoderare tutte le sue armi.

Ora, a prescindere da quali siano state le ingegnose fantasticherie di QAnon, è bene soffermarsi su un aspetto (a mio avviso) importante. Il complottismo negazionista è una scelta e in quanto tale comporta delle conseguenze. Chi è avulso da realtà permeate dallo spirito cospirazionista non dovrebbe limitarsi a una smorfia indignata e altezzosa: questo genere di convinzioni, per quanto discutibili, rinvigoriscono se fatte oggetto di derisione. Piuttosto, sarebbe necessaria una critica che prenda di mira gli errori irreparabili di un simile dogmatismo. Credere che il Sars-Cov-2 non esista ha innescato dinamiche sociali rovinose: fake news e falsità d’ogni tipo hanno alimentato un circuito di disinformazione (infodemia) che a lungo andare ha messo in pericolo la salute pubblica. Quando poi nel calderone narrativo viene inserito il tema politico, in particolare il destino di Donald Trump, è facile pensare cosa possa accadere. Ah, dimenticavo…è già successo!

 

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